
Ci sono momenti in cui la mia mente vaga verso pensieri più cupi. Ultimamente, tra le persone che conosco, si susseguono relazioni finite male e, purtroppo, anche perdite più definitive: la scomparsa di un partner.
L’altro giorno, mentre ammiravo il cielo e le sue nuvole, mi sono posta una domanda: si soffre di più quando si viene abbandonati dal proprio amato per mille motivi (escludendo, naturalmente, situazioni drammatiche come la violenza), oppure quando la propria metà trapassa?
Non sono riuscita a trovare una risposta assoluta. Sono dolori diversi, ma entrambi profondi. Nel primo caso, se si ama ancora e si ha la certezza che l’amato sia vivo e vegeto, si può—almeno per un certo periodo lottare per riconquistarlo, sempre a seconda delle circostanze. Nel cuore resta la speranza. La persona continua a esistere nella dimensione terrena e, nonostante la ferita, si è consapevoli che stia bene. E, inconsciamente, si può nutrire l’aspettativa di rivederla, di incrociarla per caso.
Nel caso del trapasso, invece, la propria metà non c’è più. Non vi è alcuna speranza di rivederla fisicamente, di riavvicinarla. Rimane solo il ricordo: la sua voce, i momenti felici, le esperienze condivise, le difficoltà superate insieme.
Forse non esiste una vera risposta al quesito che mi sono posta. Il dolore morale fa sempre male, profondamente, indipendentemente dalla sua causa.
Anch’io però, ma che caspiterina di domande vado a pormi? L’assoluto senza risposta…


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