
Nel periodo estivo ho letto molto, e un libro che mi è rimasto addosso è “La scatola delle lacrime” della scrittrice coreana Han Kang.
Han Kang è nata il 27 novembre 1970 a Gwangju, è una delle voci più importanti della letteratura sudcoreana contemporanea. È nota per la sua prosa poetica, per l’esplorazione dei traumi storici e della fragilità umana e per l’uso di immagini simboliche che intrecciano corpo, memoria e dolore. Nel 2024 è diventata la prima autrice sudcoreana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento ottenuto “per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”.
Di questa scrittrice, in primavera avevo già letto Atti umani, un romanzo che resta addosso — difatti, mi sembra di avere terminato di leggerlo ieri e invece sono già trascorsi più di quattro mesi — e La vegetariana, un racconto che mentre lo si legge lo si vive ed è più che mai toccante. Di entrambi mi era piaciuta molto la sua penna, per cui ho deciso di acquistare anche la sua ultima fatica.
La scatola delle lacrime è un romanzo che potrebbe sembrare una fiaba ma che possiede una profondità che si apre piano, come una stanza segreta. Non è un libro “sul pianto”, ma sulla materia emotiva che il pianto custodisce: ciò che non riusciamo a dire, ciò che tratteniamo per non ferire, ciò che ci pesa senza che nessuno lo veda, la fatica di essere presenti per gli altri quando nessuno è presente per noi.
Han Kang usa la metafora delle lacrime per parlare della fragilità umana: ogni lacrima è un frammento di storia, un gesto di resistenza, un segno che qualcosa dentro si è mosso.
È un racconto sussurrato, lento, pieno di silenzi. Parla della violenza più sottile: quella che nasce dall’abbandono, dalla mancanza di ascolto, dalla vita che si restringe.
La scrittura è limpida, quasi trasparente, ma sotto scorre una corrente emotiva fortissima. Han Kang fa ciò che le riesce meglio: trasformare il dolore in una forma di bellezza che non consola, ma chiarisce.
“La scatola delle lacrime” è la metafora che contiene ciò che gli altri non vedono. È un archivio del non detto. Un luogo dove il dolore non viene giudicato, ma semplicemente accolto.
È un libro che parla della parte più nascosta di noi. Ci ricorda che ogni persona porta una scatola invisibile, piena di ciò che non ha mai raccontato. È una narrazione delicata ma non fragile: accompagna, non travolge, ma inevitabilmente resta dentro, eccome.
Per concludere, è un racconto che emoziona perché tocca le fragilità che abitano in ognuno di noi: è uno specchio dell’anima.


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