Quando si parla di memoria, si tende quasi sempre a farlo in termini tecnici: quanto ricordiamo, quanto apprendiamo, quanto tratteniamo.
Eppure la memoria è molto più di questo. È una presenza costante, silenziosa, quasi ostinata dentro di noi.
È sempre pronta a riaffiorare: ci riporta parole dette e non dette, espressioni, stati d’animo, emozioni, tutto ciò che ha attraversato il nostro essere e che, in un modo o nell’altro, è stato percepito.
È un archivio — a volte prezioso, a volte ingombrante — che alla prima occasione si apre e ci mette davanti ciò che abbiamo vissuto. Ci induce a dire o fare qualcosa che abbiamo già fatto, ci ripropone esperienze che credevamo dimenticate. Anche quando pensiamo di essere nuovi, lei ci riporta a un copione antico, pescato in quella parte remota della nostra storia personale.
Il vero dramma è che, nelle situazioni che somigliano a quelle già vissute, è un memoriale che tende a riproporre gli stessi atteggiamenti, le stesse parole, gli stessi freni.
Ci trattiene come ci ha già trattenuti, mentre il cuore — lui sì — vorrebbe andare, aprirsi, rischiare, accogliere la novità.
La memoria, nella nostra inconsapevolezza, ripete gli stessi errori. E noi ci ricadiamo senza accorgercene.
Non sempre l’esperienza dell’errore basta a evitarne un altro: lei ci riporta lì, perché è fatta così. Ha il ruolo — o forse la tentazione — di non darci tregua, di non permetterci nuove scelte se non interviene quella parte più lucida e razionale della mente.
A pensarci bene, la memoria è una presenza costante, ma anche un po’ diabolica.
Ci accompagna, ci protegge, ci avverte… e allo stesso tempo ci intrappola, ci limita, ci riporta indietro proprio quando vorremmo andare avanti.



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