Ai giorni nostri, tra social media e tutto il resto, molti – soprattutto i più giovani – desiderano apparire. Purtroppo, però, questa volontà spesso non è accompagnata da contenuti autentici, da un reale spessore o da una capacità artistica, e così si finisce per credere che si tratti soltanto di una loro smania di mettersi in mostra.
A questo proposito, mentre ero dalla parrucchiera qualche giorno fa, ho letto un articolo che mi ha fatta riflettere e che mi ha mostrato questo voler esserci a tutti i costi da un’altra prospettiva, portandomi forse anche a una conclusione diversa.
Se analizziamo bene questo desiderio, soprattutto nei giovani, il bisogno di essere riconosciuti non è un dettaglio secondario: è parte stessa di ciò che significa essere umani.
La rivista riportava che da questa consapevolezza nascono quattro forme di sguardo: la folla, le relazioni, l’amore e perfino le assenze, definendole quattro modalità di visibilità. Mostrava come l’identità non sia mai un fatto isolato, ma prenda forma in quel territorio fragile dove il proprio sé incontra lo sguardo degli altri.
Secondo quanto citava il testo, spesso il giudizio altrui può modificare la maniera in cui una giornata viene vissuta e, quando questi sguardi mancano o tacciono, qualcosa della propria idea di sé può cominciare a incrinarsi.
A questo punto appare chiaro quanto sia forte la necessità di essere osservati da tutti, senza dare importanza a chi guarda, perché ciò che conta è risultare visibili. La rivista che avevo tra le mani affermava che questa è la logica della continua esposizione: si pensa che “esserci” coincida con l’essere notati. Come accade spesso sui social più diffusi, un post che accumula visualizzazioni ma pochi commenti autentici mostra che tanti sguardi scorrono, ma nessuno si sofferma davvero. Si appare, ma non si viene riconosciuti. Da qui nasce la prima domanda contraddittoria: com’è possibile che tutte queste persone possano davvero vedere o notare qualcuno?
Come spiegava l’articolo, lo sguardo collettivo scorre, consuma, sostituisce, trasformando la persona in una semplice immagine, proprio come una superficie che esiste solo nel momento in cui viene guardata. E tutto questo ha un nome preciso: illusione della visibilità. È l’idea che più si è guardati e più si esiste. Ma sfortunatamente una presenza esposta a tutti rischia di non essere riconosciuta da nessuno. E qui casca l’asino. È un concetto che, purtroppo, non è ancora chiaro ai giovani.
Da quanto ho letto – e da quanto ho appreso visitandoli in passato – anche nei social più noti esistono profili che preferiscono costruire una visibilità più solida, ed è lì che diventa fondamentale la cerchia delle proprie relazioni: amici, colleghi, familiari. Non si desidera solo essere notati, ma essere riconosciuti davvero nel tempo. Ed è proprio in questo che si comprende quanto si è esposti.
In questo quadro, affermava il giornale, l’identità non è mai completamente indipendente: si forma dentro una trama di conferme che la sostengono e, allo stesso tempo, inconsapevolmente la orientano. Ogni gesto di conferma nutre l’identità, ogni allontanamento la incrina. Così il riconoscimento diventa necessario, ma porta con sé un rischio sottile, come sottolineava l’articolo: quello di dipendere da esso.
Secondo quanto riportato, esiste anche un’altra forma di visibilità, ed è lo sguardo necessario e unico: quello della persona amata. Il riconoscimento da parte di chi si ama offre una conferma totale di sé. Tuttavia, questa stessa forza contiene un punto debole: basare la propria identità su una sola relazione. Se quel legame finisce, a venir meno non è solo l’affetto, ma anche la fonte stessa del riconoscimento che alimentava la propria identità.
Come menzionava l’articolo, e come ho accennato sopra, queste quattro forme dello sguardo della visibilità – la folla, le relazioni, l’amore e l’assenza – non sono semplici modi diversi di essere osservati. Sono quattro vie attraverso cui si tenta di rispondere alla stessa domanda: da dove arriva il senso di chi siamo? Praticamente abbiamo bisogno degli altri per comprenderci, anche se nessuno può vederci davvero fino in fondo. E questo, forse, è il concetto che vuole chiarire la citazione di Milan Kundera che mi è tornata alla mente:
Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi.
Credo che dietro quella che potrebbe sembrare una semplice frase ci sia molto più di quanto appaia a un primo impatto e che racchiuda in modo estremamente sintetico, i concetti che ho letto.
Dopo questo riassunto dello scritto che avevo consultato – se già ne avessi il sospetto – si è confermata in me la considerazione che tutta questa fame di visibilità non sia egocentrismo, ma derivi piuttosto dall’insicurezza, più che da una reale ambizione. E quindi potrebbe non essere soltanto una moda o un orientamento che, inconsapevolmente o volutamente da “qualcuno”, ha preso campo.
Nei giovani di oggi noto spesso questo continuo sgomitare, questa competizione e il desiderio ostinato di mettersi in mostra, di prevalere l’uno sull’altro, soprattutto nel mondo lavorativo. Una dinamica che ha trovato ulteriore spazio anche nei social media, alimentando la smania del voler esserci. Ma noto anche che, nella realtà, sono profondamente incerti di sé, della vita e delle loro capacità. La giovane età incide, certo, ma credo soprattutto che manchino confronti autentici: quelli che un tempo aiutavano a crescere insieme, anche all’interno dello stesso ambito, e dei quali la nostra generazione ha fatto uso.
Oggi sembra esistere solo la competizione, la pretesa di apparire “il migliore”, spesso senza competenze reali e senza un progetto su se stessi. Quel progetto che, fin dagli anni degli studi, è sempre stato l’impulso necessario per costruire davvero la propria realizzazione.



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