Con l’esperienza mi sono resa conto che spesso e volentieri faccia — oserei dire — più male un qualcosa che non si è avverato di quanto invece ne possa fare una vera perdita rivolta a una qualsiasi situazione.
Quando c’è una perdita effettiva, seppur con rammarico, gli si riesce a dare una forma, una collocazione, un contorno preciso. La si può nominare, riconoscere, affrontare. È un dolore che, pur nella sua durezza, ha un volto. Mentre invece, quando si rimane delusi per un qualcosa che ci si aspettava che fosse e non è accaduto, lì nasce quella sofferenza dettata dallo sconforto perché non si sta lasciando andare qualcosa che è successo, ma qualcosa che avrebbe potuto esistere e non ha mai trovato la sua realizzazione: una possibilità, un’idea che a un certo punto si credeva potesse diventare come noi immaginavamo e credevamo.
Il disinganno ha una natura più sottile e più insidiosa: non si presenta mai in modo diretto, non arriva con un annuncio chiaro. Si insinua. È un malessere che non ha corpo, che non ha un evento preciso a cui appoggiarsi. È un vuoto che rimane aperto, perché ciò che non si realizza non muore davvero, resta sospeso. E ciò che resta sospeso, non smette di richiamare.
Tutto quello che non si realizza lascia sempre un amaro in bocca; spesse volte è una vera e propria ferita che rimane nella nostra memoria senza una conclusione, non c’è un punto esatto che possa dire “finito”. C’è piuttosto una lenta erosione, in cui tutto perde spessore senza smarrire il suo significato. È come un’onda che continua a tornare, anche quando pensiamo che il mare si sia calmato.
La delusione, poi, ha un’altra caratteristica crudele:
mette in discussionea la nostra capacità di giudizio
la nostra fiducia
la nostra percezione.
Ci fa domandare se abbiamo visto troppo
creduto troppo
sperato troppo.
Ci lascia con la sensazione di aver investito energie emotive in un terreno che non ha mai dato frutto. E ciò genera un senso di smarrimento che non appartiene alle perdite reali, ma solo alle possibilità mancate.
È questo il vero dolore.
Un qualcosa che si percepisce più di una ovvia sconfitta, perché è davvero difficile riuscire a chiudere quello che non si è mai veramente aperto.
Non c’è una porta da chiudere
non c’è un capitolo da voltare
non c’è un gesto simbolico che possa sancire la fine.
Si resta lì, con un pugno di aria, cercando di lasciar andare ciò che non ha mai avuto consistenza.
Ci si rende conto quanto non sia facile il cercare di lasciare andare quello che non è mai esistito per davvero. Perché ciò che non è esistito, paradossalmente, continua a vivere nella nostra immaginazione:
nella versione ideale che avevamo costruito
nelle aspettative che avevamo nutrito
nelle proiezioni che avevano preso forma dentro di noi.
Ed è lì che compare il dispiacere: nell’idea di quanto non lo era, in tutto quello che si immaginava, in tutto quello che per un attimo lo credevamo possibile. È un’amarezza che nasce dall’immaginazione, non dalla realtà. E forse proprio per questo fa più male: perché non possiamo confutarlo, non possiamo correggerlo, non possiamo riscriverlo. Possiamo solo accettare che ciò che non è stato, non sarà.



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