Quando pensiamo al tempo che passa, di solito lo immaginiamo come un flusso inesorabile che ci scivola tra le dita. Travolti dalle incombenze quotidiane, ci sembra sempre che le ore non bastino, che la giornata sia troppo breve per contenere tutto ciò che dobbiamo fare. Così finiamo per vivere il tempo con affanno, sempre in corsa, sempre un passo indietro rispetto a ciò che vorremmo.
Eppure il tempo che trascorre, ha un significato molto più profondo. Non è solo un calendario che si consuma: è un movimento che ci attraversa e ci modella. È proprio questo scorrere che ci cambia, che ci plasma nel corpo, nel sentire, nella parte più intima del nostro essere.
Il passato che fu, il presente che è, il futuro che verrà: tutto è segnato dal tempo, che ci accompagna e ci trasforma senza chiedere permesso.
Ogni giorno lascia un’impronta. A volte è un segno lieve, che ci migliora quasi senza che ce ne accorgiamo. Altre volte è una modifica sottile ma profonda: cambia il nostro modo di vedere, di percepire, di reagire. Lavora in silenzio, in sottofondo, e un giorno ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è diverso, che un frammento del nostro sentire si è spostato, alterato, maturato o incrinato.
È in questi momenti che diventa difficile accettarsi. Guardandoci indietro, anche solo di poco, possiamo sentirci estranei a ciò che eravamo. Come se ci fosse una distanza tra il “prima” e “adesso”, una distanza che non sempre sappiamo colmare.
E allora nasce la domanda più umana e più antica: chi sono io? Sono la persona che ero o quella che oggi, emotivamente, sento di essere?
La verità è che siamo entrambe le cose. Rimaniamo noi, sempre noi, ma con mille sfaccettature, come i diamanti che cambiano luce a seconda dell’angolo da cui li guardi. Eravamo giusti allora, lo siamo anche adesso. Non c’è un “meglio” o un “peggio”: c’è un percorso.
Accettarsi significa riconoscere che ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati fanno parte dello stesso cammino. È l’iter naturale del vissuto, con le sue gioie e i suoi dolori, a trasmutare il nostro essere. E in questa trasformazione non c’è nulla di sbagliato: c’è semplicemente la vita che compie il suo lavoro dentro di noi.



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