Negli ultimi tempi il mio caro maritino aveva preso una curiosa abitudine, soprattutto la sera, proprio mentre mi accingevo a preparare la cena. Puntuale come un orologio svizzero, compariva in cucina e mi domandava: “Cosa c’è per cena?”.
Io, con tutta la buona volontà del mondo, rispondevo semplicemente ciò che stavo preparando o ciò che avevo intenzione di preparare, a seconda degli ingredienti disponibili in casa.
Ebbene, ogni volta non so per quale misteriosa ragione — forse un capriccio improvviso, forse un momento di ribellione culinaria — iniziava a contestare la mia proposta. “Quella no”, “Quella non mi va”, “Quella proprio oggi no”.
Tengo a precisare che si trattava di preparazioni che ha sempre mangiato senza battere ciglio; anzi, in certi casi le ha pure divorate con entusiasmo. Ma niente: in quel periodo sembrava che ogni menù fosse diventato improvvisamente inadatto al suo palato.
Insomma, per farla breve, ogni sera si finiva in una sorta di discussione pre‑serale. E capirete bene quanto io, dopo una giornata di lavoro, avessi voglia di mettermi anche a discutere del menù. Zero. Proprio zero.
Ma quel periodo era andato così, sempre la stessa storia, finché un bel giorno, stanca davvero di quella routine snervante, invece di replicare alla fatidica domanda: “Cosa c’è di cena?”, ho detto semplicemente:
“Lo vedrai quando ce l’avrai nel piatto.”
La prima volta che gli ho risposto così, lui mi ha guardata e ha commentato che ero “davvero simpatica…” naturalmente, intendeva alla rovescia.
E io, per rincarare un pochino la dose, gli ho fatto notare che non era possibile discutere tutte le sere sulla cena e che, francamente, non ne avevo alcuna voglia.
Da quella sera precisa, il caro maritino non mi ha più chiesto cosa c’è per cena o per pranzo. Non osa più. Ormai conosce già la risposta: lo si vede quando è fumante nel piatto.



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