
Anche il silenzio ha le sue sfaccettature, i suoi motivi di essere, di esistere e di percepirlo.
Il silenzio non è affatto inadeguato, anzi. È necessario.
Serve a riordinare le idee, a ritrovare se stessi, a recuperare concentrazione.
Molto più spesso di quanto si creda, non è improduttivo: genera nuove intuizioni, apre spiragli inattesi, amplia la nostra visione. È uno spazio riflessivo, un luogo interiore in cui qualcosa si muove anche quando all’esterno tutto sembra fermo.
Alcune volte o periodi più o meno lunghi, occorre il silenzio per guarire la propria anima.
Ci sono però contesti in cui quella quiete “ordinata”, immobile, dove nulla cambia e nulla si orienta in una direzione precisa, vista dall’esterno, può risultare non dico dannosa, ma certamente fastidiosa.
Una tranquillità eccessiva, soprattutto in situazioni che richiederebbero un gesto, una parola, un segnale, può essere fraintesa. Non sempre viene riconosciuta come sensibilità emotiva o come un momento di fragilità — talvolta può essere scambiata anche per menefreghismo — ma può invece essere quel sentirsi sospesi dopo un evento che ci ha colti alla sprovvista e ci ha ammutoliti fino a inibirci. E così si resta in un silenzio che non è più scelta, ma conseguenza, una conseguenza che trascorso il primo momento di sbigottimento, se ne può parlare.
Come sempre, tutto dipende dalla sensibilità individuale.
Ci sono persone che vivono il silenzio e che gli piace vivere in silenzio, senza farsi notare e altre invece più combattive, più pronte a dire la loro, a far valere le proprie ragioni, a esporsi. Per loro la tranquillità non è un rifugio né un linguaggio: semplicemente non appartiene al loro modo di stare nel mondo.


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