Ci sono autori che scegliamo come si scelgono le persone affini: per un’intuizione, per una frase che ci tocca, per un modo di guardare il mondo che sembra parlare anche di noi. A volte ne abbiamo molti, altre volte uno solo ci basta. Eppure accade spesso che, dopo aver letto un’opera che ci incanta, scatti una curiosità quasi inevitabile: chi è davvero l’autore che ha scritto queste pagine? Così iniziamo a cercare notizie, biografie, aneddoti. E lì, talvolta, arriva la sorpresa. Non sempre piacevole.
Mi è successo di recente con John Ruskin. Possiedo e ho letto – diverso tempo addietro – con grande trasporto il suo saggio La religione della bellezza, un’opera che – per chi non la conosce – esplora la bellezza come una forma di fede, un cammino verso la verità e la giustizia. Un testo luminoso, quasi incantato, che mi aveva fatto immaginare un autore dotato di una sensibilità rara, di quella finezza d’animo che si riconosce tra le righe.
E invece no. O almeno, non del tutto. Con mio grande stupore – grazie al racconto di Luisa, che tempo fa ne aveva ripercorso la vita – ho scoperto che la sua esistenza privata era tutt’altro che armoniosa. Anzi, per certi aspetti coniugali e personali sembrerebbe mancare proprio quella delicatezza che nelle sue pagine appare così naturale. Ruskin da quel momento, mi è parso come se la sua penna avesse saputo ciò che il suo cuore, nella vita quotidiana, non riusciva a praticare.
Non è certo il primo caso, e non sarà l’ultimo. Spesse volte tra i più noti autori letterari del passato, sembra esistere una sorta di scarto misterioso tra ciò che proclamavano nelle opere e ciò che vivevano davvero. Predicavano bene, sì, e poi scopri che razzolavano male. A volte malissimo.
E allora ti chiedi: come può la stessa mano che scrive parole di bellezza compiere gesti così distanti da essa? Forse l’arte è un rifugio, forse è un’aspirazione, forse è il luogo dove si mette ciò che si è ancora capaci di essere. O forse, semplicemente, questi noti autori erano banalmente umani, fragili e contraddittori. La loro grandezza non ha cancellato le loro ombre.
Resta però un piccolo disincanto, una fessura tra l’opera e l’autore. Una fessura che, quando la scopri, ti costringe a guardare la bellezza con occhi nuovi: meno ingenui, forse, ma più consapevoli e in quell’istante, avanza anche la delusione.



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