Giorni fa, come faccio ogni mese, sono andata dalla mia parrucchiera. L’ho trovata, come sempre, con il suo sorriso impeccabile e quella maschera che ormai indossa per mestiere: perché quando si lavora con il pubblico, con i colleghi, quando l’ambiente non concede spazio ai propri umori, diventa quasi naturale mostrarsi sempre sereni, anche quando dentro si ha un piccolo inferno che brucia.
Spesso ci scherziamo su, io e lei, domandandoci chi delle due abbia la maschera più convincente quel giorno.
Questa volta, però, qualcosa era diverso. Nonostante il suo sorriso di facciata, sul suo volto ho colto un’ombra sottile, una stonatura appena percettibile ma sufficiente a farmi capire che qualcosa non andava. Siccome tra noi c’è confidenza, gliel’ho detto apertamente: non riusciva a ingannarmi, e quel velo di tristezza si vedeva.
Lei ha sospirato e, con quella sincerità che riserva solo a chi sente vicino, mi ha risposto che al mio occhio attento – così dice sempre – non sfugge mai nulla. In realtà si sentiva ferita e umiliata e per quanto provasse a nasconderlo, non riusciva a mascherare del tutto la disarmonia che aveva dentro.
Era l’ora di pranzo e nel salone c’eravamo quasi solo noi. Così mi ha raccontato il motivo, che non sto qui a riportare, ma che posso comprendere benissimo: al suo posto, non le darei certo torto.
Si fa sempre il possibile per apparire dignitosamente agli occhi degli altri, per non lasciare trapelare le ferite. Ma ci sono circostanze che sfuggono al controllo, emozioni che non si riesce a confinare del tutto. Rimane quella semioscurità, quella traccia quasi invisile che, nonostante tutti gli sforzi, affiora comunque.
Non è qualcosa di evidente, non è un crollo: è un’ombra lieve, un’espressione appena diversa dal solito, un dettaglio che parla più di mille parole. E chi ti conosce davvero, lo nota subito.



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