
Può accadere, senza alcuna intenzione, di ferire qualcuno. A volte basta una frase formulata con parole poco felici, un tono che non rispecchia ciò che volevamo davvero comunicare, una parola detta di troppo o –- al contrario –- una parola non detta, rimasta sospesa proprio quando sarebbe stata necessaria. Oppure quel dettaglio sfuggito in una conversazione, insignificante per noi ma importante per l’altro, che avrebbe meritato un gesto di attenzione, uno sguardo di comprensione, una piccola conferma capace di farlo sentire visto e accolto.
Le variabili possono essere infinite, ma il risultato non cambia: anche in buona fede, anche con le migliori intenzioni, possiamo fare male a qualcuno.
In questo intreccio di detto e non detto, di fatto e non fatto, arriva sempre un momento in cui ci rendiamo conto dell’effetto delle nostre parole. È come se davanti a noi si aprisse una finestra improvvisa, e attraverso di essa ci vedessimo più goffi, più distratti, quasi insensibili. A volte lo capiamo subito, altre volte solo dopo qualche ora o nei giorni successivi, quando il pensiero torna a bussare e ci mostra ciò che non avevamo colto.
Riparare non è semplice. Il danno, piccolo o grande che sia, è già stato fatto. Anche chiedere scusa –- gesto necessario e sincero –- non cancella del tutto la ferita inferta all’altra persona. E spesso sono proprio queste micro-ferite, quasi invisibili, a inclinare lentamente un rapporto. Dipende dall’importanza del legame, certo: ogni affetto ha il suo peso, la sua misura, il suo limite di fragilità.
Quando il rapporto è significativo, parlarne può appianare molto, può riportare equilibrio e fiducia. Ma resta comunque, dentro di noi, un dispiacere sottile: la consapevolezza di aver provocato un disagio emotivo a qualcuno che stimiamo, anche se quella persona ci ha già perdonato. È un piccolo nodo che rimane, non per colpa, ma per cura: perché ci importa, perché avremmo voluto fare meglio.


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