
Per essere poetici, bisogna nascere con un animo disposto alla poesia.
Si possono trascorrere anni a leggere, studiare e amare le odi altrui, riconoscerne la bellezza, comprenderne la struttura, lasciarsi attraversare dalle loro immagini. Eppure tutto questo, per quanto prezioso, non garantisce di diventare poeti. Anzi, spesso chi ama profondamente la poesia finisce per provare un lieve rammarico: quello di non riuscire a tradurre in parole ciò che sente, ciò che vede, ciò che vibra dentro.
Come ogni altra arte, anche la poesia non coincide con la semplice creatività. La creatività è una forza ampia, trasversale, che può manifestarsi in mille forme: nel modo di risolvere un problema, di arredare una stanza, di cucinare un piatto. Ma non tutto ciò che è creativo è poetico. La poesia è un’altra cosa: è un’inclinazione, una disposizione interiore, un modo di percepire il mondo. E ogni essere umano nasce con attitudini diverse, con sensibilità che non si possono forzare né imitare. Forse è proprio questa la sua bellezza: la varietà irripetibile di ciascuno.
Esistono persone che sanno cogliere la poesia ovunque — in un gesto, in un volto, in un silenzio, in un dettaglio che sfugge agli altri — ma non riescono a esprimerla con la metrica giusta, con la parola esatta, con la forma che la tradizione richiede. Eppure il semplice atto di coglierla, di riconoscerla, di sentirla vibrare, è già una forma di poesia. È un modo di abitare il mondo con uno sguardo più attento, più sensibile, più vivo.
La poetica solitamente viene riconosciuta nella scrittura, nella narrativa, componendo versi; ma c’è chi invece la vive nei fatti, nei gesti quotidiani, nella cura che mette nelle cose, nella delicatezza con cui attraversa la vita. Anche questo è poesia: una poesia silenziosa, non scritta, ma non per questo meno autentica.
Forse, in fondo, la poesia non è tanto ciò che si produce, quanto ciò che si è capaci di vedere e di restituire — con le parole o con la vita stessa.


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