L’eterna lotta tra comodità e coscienza: la mia esperienza con i piccioni sotto ai pannelli fotovoltaici
Per arrivare al nocciolo del racconto, devo necessariamente fare una premessa. Abito in un caseggiato a schiera, con la mia abitazione che occupa la posizione di testa, mentre il mio vicino risiede in quella di coda. Entrambi, al momento dell’acquisto delle nostre case, abbiamo deciso di installare i pannelli fotovoltaici, convinti dei benefici che avrebbero portato in termini di risparmio energetico e sostenibilità.
Nel corso degli anni, però, quegli stessi pannelli sono diventati il rifugio ideale per i piccioni. Col tempo, hanno costruito i loro nidi proprio sotto di essi, trasformando le nostre mansarde – adibite a uffici – nel teatro di una continua e fastidiosa sinfonia di zampettamenti e richiami incessanti. Per me, che passo lì gran parte delle mie giornate lavorative, il rumore era diventato insostenibile: ogni sera scendevo al piano inferiore con la testa pesante, esausta dal frastuono costante.
Abbiamo tentato varie soluzioni “fai da te” per scoraggiare la loro presenza, ma nulla sembrava funzionare. I piccioni tornavano imperterriti, trovando sempre il modo di adattarsi ai nostri espedienti. Così, abbiamo deciso di rivolgerci a un’impresa specializzata, incaricandola di ripulire l’area sotto ai pannelli e installare una barriera efficace che impedisse loro di nidificare nuovamente.
Sabato scorso, due operai sono arrivati per svolgere il lavoro. A intervento concluso, ogni potenziale accesso ai pannelli era stato sigillato: non esisteva più alcun varco attraverso cui i piccioni potessano infilarsi per ricostruire i loro nidi. Soddisfatti del risultato, abbiamo finalmente sperato di poter recuperare la nostra tranquillità.
Ma proprio mentre chiedevo informazioni a uno dei tecnici sulla modalità di intervento, la sua risposta mi ha gelato il sangue: avevano utilizzato un’idropulitrice per rimuovere ogni traccia di sporco e detriti sotto i pannelli, smaltendo anche i nidi. In quei nidi, però, c’erano dei piccoli.
Il senso di colpa mi ha travolta. Non avevo minimamente contemplato la possibilità che ci fossero dei neonati certo, avrei potuto prevederlo, ma la realtà è che quando certe cose non ci sfiorano il pensiero, difficilmente le prendiamo in considerazione.
Nel corso della mattinata, il lavoro è stato completato sia nella mia abitazione che in quella del mio vicino. Poco prima di pranzo, i piccioni sono tornati e i loro richiami disperati hanno iniziato a riecheggiare sopra il nostro tetto. Non erano semplici versi: erano lamenti strazianti, pieni di ricerca e speranza. Cercavano la loro prole, ma il silenzio era la sola risposta che ricevevano.
Con il passare delle ore, il loro comportamento è diventato quasi rituale. Si radunavano attorno ai pannelli, immobili, osservando lo spazio vuoto dove un tempo c’erano i loro nidi. Erano lì, sia sopra casa mia che sopra quella del mio vicino, e dalla strada si poteva vedere chiaramente l’impotenza della loro attesa. L’impresa ci aveva avvisati che, nei primi giorni, i piccioni sarebbero rimasti nelle vicinanze, cercando di adattarsi alla nuova situazione, e infatti così è stato. Ma la cosa che più mi ha colpita è stato il momento in cui i richiami si sono affievoliti. Un silenzio carico di rassegnazione ha preso il posto dei loro strazianti appelli, lasciando dentro di me un senso di colpa e di tristezza difficile da scrollarsi di dosso.
Mi sento responsabile della distruzione delle loro famiglie e questa consapevolezza mi tormenta. Ho cercato di migliorare la mia qualità di vita, ma l’ho fatto a discapito di creature che vivevano nel modo che la natura ha loro concesso. È difficile non vedere la durezza di certe dinamiche: la vita è proprio vero, è sempre una questione di sopravvivenza, dove il più debole paga il prezzo più alto.


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