
Ritorno a parlare di libri e oggi lo faccio non sotto una sorta di recensione ma in una maniera un po’ diversa, poiché il libro “Biografia di un’artista” dell’autrice Paola Pioletti, per gli argomenti che tratta, sono tutti di un certo rilievo e credo sia piuttosto riduttivo farne una recensione, a mio modesto parere il libro proprio perché è importante per le sue tematiche e considerazioni al riguardo, credo necessiti la lettura per esserne compreso e, come detto sopra, quella di oggi non sarà una vera e propria recensione ma più semplicemente parlerò delle sensazioni che mi ha trasmesso.
La protagonista della trama è Gertha con la sua storia di bimba adottata e poi divenuta grande, con tutte le caratteristiche e problematiche che si devono affrontare quando si è figli adottivi e soprattutto, quando si ha un carattere più ribelle rispetto alla normalità del mondo, quando si ha una visione completamente diversa dell’essere e non essere e si trova difficoltà nell’adattarsi a delle regole e nel suo caso, severe, perché è così che Gertha viene educata: nella più totale severità, ma lei anziché intraprendere discussioni si chiude in se stessa riuscendo a fare emergere l’arte che è in lei trasformando la negatività dalla quale è sempre stata travolta in positività inizialmente attraverso i suoi disegni, successivamente con la poesia e da adulta, la scrittura narrativa. Un cammino quello intrapreso da Gertha, difficile, tortuoso e molto coraggioso. Eh si, perché anche a essere ribelli nel senso più buono della parola naturalmente come del resto lo è la protagonista, ci vuole un certo e notevole coraggio, che comunque sarà premiato dai successi artistici e letterari che conseguirà nel suo iter di vita affermandosi ulteriormente nell’età adulta.
Per quanto mi riguarda questo libro mi ha fatto comprendere diversi aspetti di me seppur io abbia avuto sin dall’infanzia una vita completamente differente anzi, l’esatto opposto della protagonista, ma con un approccio alla vita (non di certo artistico) e una visione piuttosto simile e leggendolo, finalmente ho anche compreso da cosa sia nata questa mia smania di perfezionismo, ho capito quale sia stata la sua origine della quale sino ad oggi non me ne ero minimamente curata, mi ha fatta ulteriormente riflettere, come del resto ho anche sempre affermato, che pure il troppo amore ricevuto sin dalla tenera età, può risultare essere nocivo e causare ugualmente dinamiche intricate in un essere umano. Questa considerazione è sorta in me facendo dei paragoni con il vissuto dell’infanzia di Gertha e altre situazioni di mia conoscenza che sono e sono state il preciso contrario.
La trama fa riflettere il lettore, è ricca di considerazioni e di riflessioni sulla vita e sulla maniera di affrontarla, confermando quanto sia importante per ogni essere umano credere in se stessi, nelle proprie capacità, sapere fare dei sacrifici con l’intento di raggiungere degli obiettivi, in questo caso si parla del mondo dell’arte, ma questo concetto risulta essere efficace in tutti gli ambiti.
Ci tengo a precisare che non è un racconto adatto soltanto a coloro che sono stati figli adottivi, ma è una lettura adatta a tutti tanto è vero che per quanto mi riguarda, è stato un libro anche in un certo qual modo introspettivo ma al di là di questo, in alcuni tratti mi ha tolto il fiato, ha saputo emozionarmi e ciò che più di tutto mi ha stupita, è che tutta la narrazione nonostante gli argomenti dolorosi e di un certo spessore, è scritto in una chiave piuttosto particolare dove si possono cogliere delle sfumature anche poetiche; gli argomenti del libro sono davvero tosti ma ciò nonostante è scorrevole, l’autrice ha saputo raccontare le varie vicissitudini della protagonista con uno stile di scrittura veramente creativo e scusate, non perché sono di parte, ma non credo di esagerare dicendo che soltanto Paola Pioletti poteva scriverlo con questo estro letterario.
Concludo riportando qui di seguito una delle numerose citazione della trama che ho sottolineato (sono davvero tante quelle che ho evidenziato) anche per fare comprendere meglio quanto sopra ho appena affermato.
“…il suo sguardo illuminava uno scenario per nulla gioioso e dove l’unico desiderio percepibile riguardava il desiderio di solitudine. Ma è proprio questa la magia del suo fare arte: offrire la possibilità di avvicinarsi al suo dolore e alla sua sofferenza in modo da farne una sorgente di energia paradossalmente positiva. Riesce così a dare testimonianza di come sono andate – per lei – le cose e di come da tutto ciò sia nata e nasca la capacità di agire. Dall’emozione – quindi – all’azione.”


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