Entrambe le parole – arte e amore – iniziano con la stessa vocale, una “A” che sembra quasi un’apertura, un ingresso, un respiro iniziale. Non è un caso: entrambe sono esperienze che spalancano, che dilatano, che chiedono di essere vissute. E non è un caso nemmeno che si somiglino nelle loro espressioni, perché arte e amore sono legate da una parentela profonda, quasi primordiale.
Non esiste arte senza amore: senza dedizione, senza cura, senza quella tensione interiore che spinge a creare, a dare forma, a lasciare un’impronta. E allo stesso modo l’amore, per manifestarsi, ha bisogno di un linguaggio, di un gesto, di un segno: in altre parole, di una forma d’arte.
L’arte si esprime in mille modi – pittura, scultura, musica, danza, letteratura, fotografia, architettura – ognuna di queste forme è un tentativo di raccontare il mondo, di interpretarlo, di renderlo più abitabile. L’amore non è da meno: anche lui ha le sue sfumature, le sue declinazioni, le sue intensità. C’è l’amore che accoglie, quello che cura, quello che brucia, quello che costruisce, quello che consola.
Sia l’arte che l’amore sono come grandi tronchi con radici profonde. Dal tronco si diramano rami diversi, ognuno con la propria identità, ma tutti riconducibili alla stessa origine. Così, un quadro, una poesia, una melodia sono rami dell’arte; un gesto di affetto, un abbraccio, una parola gentile, un legame che resiste sono rami dell’amore. Alcuni rami sono più sottili, altri più robusti, alcuni più vicini all’affetto quotidiano, altri più intensi e travolgenti. Ma tutti, inevitabilmente, nascono da un’unica matrice: l’amore.
Perché l’arte, in fondo, è amore che prende forma.
E l’amore, quando trova il suo modo di esprimersi, diventa arte.



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