Colei che, diciamo, mi ha insegnato a guardare con il giusto occhio l’arte contemporanea –
sia pittorica che scultorea – non poteva essere altri che la mia amica artista di Sarzana. Eh già, proprio lei: quella di cui scrivo così spesso che ormai persino la tastiera del mio computer la conosce e sembra scrivere da sola, senza bisogno delle mie dita.
Un tempo, quando io e la mia amica andavamo a visitare una mostra di arte contemporanea, in ogni quadro mi soffermavo soltanto sui colori, sulla pennellata, sulla luminosità e, quando si trattava di opere più geometriche, sulle linee e sulle forme. Tanto è vero che spesso e volentieri non riuscivo nemmeno a collegare ciò che vedevo al titolo dato dall’artista.
Io e la mia amica, nel corso degli anni, abbiamo visitato moltissime mostre, soprattutto di arte pittorica, sia di artisti figurativi più o meno noti sia di arte moderna.
Ogni volta che entravamo in un’esposizione di pittura contemporanea, io notavo sempre e solo gli aspetti tecnici e ne parlavo con lei. E in effetti non mi dava tutti i torti. Ma un giorno, mentre eravamo in visita, mi disse che oltre alla tecnica avrei dovuto imparare a sentire qualcosa dentro di me, guardando un’opera. Non mi spiegò cosa intendesse. Alle mie domande – “ma questo?”, “ma quell’altro?”, “cosa vuoi dire?” – rispondeva soltanto: “Pensaci”.
Finché un giorno aggiunse: “Cerca di vedere quel qualcosa che vedi tu quando fai le fotografie in ICM, l’Intentional Camera Movement” – detto più semplicemente, il mosso creativo.
Da quel momento, dopo quella rivelazione, ho iniziato a guardare ogni opera contemporanea con uno sguardo completamente diverso: pittura, scultura, installazioni… tutto si è trasformato.
Naturalmente, il vedere “qualcosa in più” oltre la tecnica è soggettivo e dipende dall’opera che si sta osservando. Per questo anch’io non svelerò le mie visioni: è qualcosa che va ben oltre il semplice guardare.
Fu da allora che la mia amica mi disse che finalmente c’era più soddisfazione nel visitare insieme una galleria di arte contemporanea, perché il nostro sentire si era allineato. Ricordo ancora quel giorno, e devo dire che sono andata in brodo di giuggiole: avevo finalmente imparato una comprensione più profonda da dedicare all’arte moderna.


Le due opere di cui sopra, sono dipinti di Beatrice Meoni, olio su tavola: il primo quadro è senza nome mentre il secondo porta il titolo “Su l’albero”. Per visionare meglio entrambe le opere sarebbe meglio ingrandirle – tasto destro del mouse, apri in un’altra finestra.
Non a caso ho scelto lei: è un’artista che vive e lavora a Sarzana e che, sempre grazie alla mia amica, ho avuto il piacere di conoscere diverse estati fa, durante una sua esposizione a Carrara.
Due parole sull’artista: ex pittrice di scena, concentra la sua attenzione sulla luce, sulla parola, sul dettaglio. I suoi dipinti sono caldi, corporei, sensuali ma mai espliciti. L’implicito, il velato e il torbido sono elementi ricorrenti nella sua pratica, sempre in direzione dell’indecifrabile e dell’ineffabile.
Beatrice Meoni è una di quelle artiste che, mentre ammiro le sue opere, riesce a farmi volare.


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