Ben ritrovati a tutti. Da oggi, come avevo anticipato qui in piattaforma, torno alla solita normalità. Per inaugurare il nuovo anno, vorrei parlare di una delle tante forme d’amore. Una di quelle silenziose, ma che restano.
Durante le festività, quando finalmente mi allontano dal lavoro, mi concedo qualche mezza giornata per rivedere quelle amicizie che durante l’anno sopravvivono a colpi di messaggi veloci e telefonate incastrate tra un impegno e l’altro. Persone che senti vicine anche se non riesci quasi mai a incontrare davvero.
Come ogni anno, in questo periodo ho rivisto una cara ex collega. Ha lavorato con noi per anni e, lo ammetto, è sempre stata la mia grafica preferita. Mi bastava iniziare a spiegare un’idea e lei, solo guardandomi, capiva già tutto. Tra noi c’era un’intesa rara, una di quelle che semplicemente succedono. Poi è arrivata la maternità, la necessità di un lavoro più vicino a casa – lei vive a Fidenza – e ha dovuto dare priorità al suo bambino, com’è giusto che sia.
Ricordo ancora il suo ultimo giorno di lavoro: sapevamo entrambe che sarebbe arrivato, ma quando è successo mi è sembrato di perdere il mio braccio destro. Ci eravamo promesse di non perderci di vista e, infatti, da allora ci sentiamo e ci vediamo ogni volta che riusciamo.
Quest’anno ci siamo date appuntamento all’outlet di Fidenza – non ci andavo da una vita – per passare qualche ora insieme. E così è stato.
Dopo aver girato tra i vari negozi, finalmente, sedute con calma a pranzo, mi ha raccontato di una sua cara amica che vive in Abruzzo, la sua terra d’origine, anche se da anni – come me – vive nel Parmense ed è sposata con un parmigiano.
Mi riferisce che poco prima delle feste il marito di questa amica ha subito un’operazione delicata. È ancora ricoverato e la degenza non sarà proprio breve. Tre figli a casa, la preoccupazione addosso, un Natale che per la sua amica si annunciava davvero pesante.
E poi mi parla di un gesto che mi ha lasciata senza parole.
Il papà di questa sua amica, dovendo a breve sottoporsi a dei controlli medici e potendo scegliere un lasso di tempo, ha deciso di ricoverarsi nello stesso periodo del ricovero del genero pur consapevole, che avrebbe prolungato la degenza considerando il periodo delle festività e combinazione, il reparto era il medesimo. E non solo, la combinazione ha voluto che gli venisse assegnata la stessa stanza genero. Così, durante le solennità, i due uomini hanno condiviso quei giorni in ospedale e la figlia ha potuto tirare un po’ il fiato, sapendo che suo marito non era da solo.
Mentre la mia amica parlava, ho fatto fatica a trattenere le lacrime. Perché per me quello è un esempio concreto di amore vero, quello che non ha bisogno di grandi parole né di mettersi in mostra. Un affetto che si esprime nei fatti, nella presenza, nella disponibilità. Una tenerezza che considera il genero come un figlio, senza bisogno di dirlo.
Pensateci: quel papà ha rinunciato alle feste in famiglia – alla moglie, alla figlia, ai nipoti – pur di rendere il Natale della stessa figlia e di suo genero un po’ meno amaro. Pur di non lasciare da solo un uomo che, attraverso la figlia, fa parte della sua vita.
Ci sono gesti che non fanno rumore, ma illuminano tutto.
È stato un segno enorme, un atto d’amore che diventa anche un insegnamento silenzioso per i nipoti, che forse sono ancora troppo piccoli per comprenderlo davvero ma che un giorno, ne sono certa, ne riconosceranno il valore.
Personalmente l’ho sentito come qualcosa di profondamente speciale. Ancora una volta ho avuto la conferma che l’amore di un genitore non conosce scadenze né condizioni: non smette mai di esistere, non pesa, non chiede nulla in cambio. È un amore che rende i sacrifici leggeri, che fa nascere i gesti più belli in modo naturale, spontaneo, quasi inevitabile. Perché quando si tratta di un figlio – anche se ormai adulto – il cuore non fa calcoli: semplicemente, va.



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