Hans Holbein il Giovane (Augusta1498 – Londra1543) è stato un pittore e incisore svizzero, attivo dapprima a Basilea e successivamente in Inghilterra, alla corte di Enrico VIII. Fu un artista noto per i suoi soggetti religiosi e satirici, per i suoi celebri ritratti e per il suo ruolo significativo nell’arte della Riforma protestante, nonostante il suo rapporto con la religione fosse spesso ambiguo. Contribuì inoltre in modo rilevante alla storia dell’illustrazione dei libri. È chiamato “il Giovane” per distinguerlo dal padre, Hans Holbein il Vecchio.
Fu proprio il padre a indirizzarlo verso la pittura, trasmettendogli le sue tecniche e il suo talento di ritrattista.
Holbein nacque ad Augusta, ma da giovane lavorò principalmente a Basilea. Inizialmente si dedicò agli affreschi e alle opere di carattere religioso, progettò vetrate istoriate e illustrò libri. Si cimentò anche nei ritratti, guadagnando grande notorietà, in particolare con quello dell’umanista Erasmo da Rotterdam. Con l’arrivo della Riforma protestante a Basilea, Holbein lavorò per clienti riformati, continuando però a servire i suoi patroni religiosi tradizionali. Il suo stile tardogotico si arricchì con influenze provenienti dall’Italia, dalla Francia, dai Paesi Bassi e dall’umanesimo, sviluppando così una cifra stilistica unica.
La fama di Holbein si deve in gran parte ai soggetti dei suoi quadri, spesso raffiguranti personaggi di spicco o potenti della loro epoca. Molti dei suoi ritratti sono diventati vere e proprie icone culturali.
Di questo artista ci sarebbe molto da dire, sia riguardo ai suoi studi che al suo vissuto privato e artistico. Oggi, però, essendo il Venerdì Santo, seppur io abbia una visione più agnostica inerente al periodo Pasquale, vorrei soffermarmi sulla sua opera “Il corpo di Cristo morto nella tomba”.
Questo dipinto è noto anche per le sue realistiche dimensioni: 30,5 cm x 200 cm

Particolare degno di nota è il fatto che il volto, le mani e i piedi sono in uno stadio iniziale di putrefazione. Il corpo, disteso, appare emaciato in diversi punti, con la bocca e gli occhi semiaperti. È risaputo che Holbein abbia utilizzato come modello per quest’opera, il corpo di un uomo annegato e recuperato nel fiume Reno.
Da quanto si puo notare dall dipinto, Cristo è raffigurato con tre ferite visibili: una alla mano, una al fianco e l’altra a un piede. Gli studiosi Bätschmann e Griener, discutendo del realismo dell’artista, hanno osservato che, nel particolare della mano di Cristo, il dito medio appare allungato, “come per raggiungere lo spettatore”, così come i capelli, che “sembrano rompere la superficie del dipinto”.

Era comune per molti artisti dei primi anni della Riforma protestante, come Holbein, nutrire un particolare fascino per il macabro. L’intento degli artisti di questa area e di questo periodo, attraverso composizioni che fondevano pietà e crudo realismo, era senza dubbio quello di stimolare lo spettatore a esaminare più profondamente l’opera osservata, spingendolo a riflettere sul suo significato e suscitando un senso di pietismo e colpa.
Facendo ricerche al riguardo, ho scoperto che questo dipinto ha ispirato numerosi riferimenti sia teologici che letterari.
Per esempio, nell’ambito teologico, Papa Francesco, nell’enciclica Lumen fidei, cita quest’opera come spunto di riflessione per contemplare la morte di Cristo e comprendere il dono d’amore nel mistero della passione.
Nel contesto letterario:
- Lo scrittore russo Fëdo1r Dostoevskij vide questo quadro nel 1867, durante una mostra a Basilea, e ne rimase profondamente impressionato. Nel romanzo L’idiota, uno dei suoi capolavori, il dipinto è più volte citato e discusso dai personaggi, a partire dal principe Myškin che, vedendolo, esclama: “Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno”.
- La teorica della letteratura Julia Kristeva ha realizzato una psicoanalisi del dipinto nel suo libro Black Sun: Depression and Melancholia. La Kristeva si chiede: “Holbein ha immaginato, dipingendo Cristo in quello stato, di sentirsi abbandonato? Oppure, al contrario, ci invita a considerare la tomba di Cristo come una tomba vivente, per partecipare alla morte raffigurata e includerla nella nostra vita, rendendola viva?”
- L’effetto degli occhi e della bocca aperti è stato descritto dal critico d’arte Michel Onfray, che afferma: “Lo spettatore vede Cristo che vede: egli può anche pensare cosa la morte abbia in serbo per lui, dal momento che Cristo fissa il paradiso, mentre la sua anima già si trova lì. Nessuno, però, si è preso la briga di chiudere bocca e occhi al Cristo-uomo. O meglio, Holbein vuole dirci che, anche nella morte, Cristo ci vede e ci parla.”
La mia amica di lunga data, originaria di Sarzana, conserva nella sua casa un’opera molto speciale: una riproduzione di questo dipinto a olio su tela. Il codesto quadro ha un valore affettivo profondo, in quanto fu realizzato anni fa dal suo ex marito durante il periodo in cui frequentava l’Accademia di Belle Arti. Si tratta, quindi, non solo di un’opera d’arte, ma anche di un pezzo che racchiude ricordi e storie legati al tempo della loro vita insieme e ai momenti creativi vissuti durante la formazione artistica di entrambi. Questo dettaglio aggiunge un ulteriore strato di significato personale a ciò che già è un’espressione di talento e passione artistica.




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